giovedì 19 gennaio 2012

Mario Nanni - Pittore a Monzuno

Mario Nanni nasce a Castellina in Chianti (Siena) nel 1922. Ben presto si trasferisce a Monzuno, sull’appennino tosco-romagnolo, dove vive fino al 1932 quando con la famiglia va a Grosseto, patria della sua primissima formazione e dove risiede fino al 1940. È forse proprio in questa esperienza di vita, tra Romagna e Toscana, che affonda le radici quella sorta di ‘anima duplice’ che la critica ha in seguito individuato nel suo percorso artistico, un’anima razionale, che potremmo pensare di radice toscana e un’anima più vicina alla terra e alla materia, di matrice emiliana.
Dopo una breve esperienza realista che ne segna gli esordi, Nanni giunge a una prima definizione della sua poetica negli anni Cinquanta, allorché aderisce all’informale. La realtà artistica bolognese, animata dagli input dell’“ultimo naturalismo” di Francesco Arcangeli non tocca il lavoro di Nanni, che sente molto più consoni a sé gli afflati dell’informale. Risalgono a questi anni le prime esposizioni importanti: a Bologna partecipa alla “14+2”; a Milano Maurizio Calvesi lo presenta in occasione della personale al Salone Annunciata nel 1960.
Alle soglie del nuovo decennio si sta ormai delineando una svolta precisa nelle scelte dell’artista, dapprima all’insegna della “figurabilità”, attraverso la quale inizia a liberarsi dall’informale e, poi, dello spazio. Dal mondo della materia e dell’uomo (l’informale si radicava filosoficamente nell’esistenzialismo) Nanni si va spostando verso il mondo dei manufatti tecnologici e dello spazio, evidenziando anche componenti metafisiche e futuriste che emergono nel 1962 allorché partecipa a Nuove prospettive della pittura italiana tenutasi a Palazzo Re Enzo (Bologna), dove compaiono lavori che evidenziano anche l’affacciarsi di quella componente dialettica poi così presente nelle future scelte dell’artista. Nel ’63, invitato alla mostra curata da Francesco Arcangeli in Spagna Giovani pittori italiani Nanni presenta opere emblematiche della svolta ormai in atto: Macchina del ’62 e Meccanismo del ‘62/’63.
E il mondo, fatto di oggetti e ‘macchine’ metalliche è il centro dell’attività di Nanni dalla metà degli anni ’60 in poi, quando l’artista è spinto da un’ansia ‘costruttiva’ che lo porta a realizzare sculture di forte impatto e dimensione, ludiche ed ironiche, accattivanti all’apparenza, ma dotate di un’anima spesso aspra e tagliente, magiche e al tempo stesso stridenti, rappresentazione ante litteram del conflitto della contemporaneità, in bilico tra la positività del progresso tecnologico e l’ alienazione che ne deriva.
Presentate in Italia e all’estero – VII Biennale internazionale del Mediterraneo ad Alessandria d’Egitto nel 1968 e alla Hayward Gallery di Londra nell’82 in occasione della mostra Arte italiana 1960-1982 – queste sculture ‘aprono’ al coinvolgimento sempre più totalizzante di Nanni con lo spazio, come testimoniano i successivi Giochi del malessere, presentati per la prima volta a Milano nel ’68 alla Galleria Apollinaire. Emblematico l’anno, momento di avvio di quella rivolta giovanile che è indice di un disagio profondo, quello stesso che spira al di là della bellezza accattivante, elegantemente aerea, vagamente avveniristica, delle catene di anelli e molle con cui Nanni occupa lo spazio. Presentati successivamente nel ’69 a San Benedetto del Tronto nella mostra Al di là della pittura curata da Gillo Dorfles, Luciano Marucci, Filiberto Menna i “giochi” di Nanni lo rendono partecipe delle vicende più interessanti del panorama artistico coevo, come evidenzia anche la scelta di Enrico Crispolti di riprendere le immagini della performance realizzata in quell’occasione nel catalogo della Biennale di Venezia del 1976. In seguito, Nanni presenta la sua istallazione nel 1982 a Lecco in 30 anni d’arte italiana 1950:1980 e nel 1984 a Perugia in occasione di Attraversamenti: linee della nuova arte contemporanea in Italia, curata da Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo.
Nel 1970 è presente a Gennaio 70, al Museo Civico di Bologna, curata da Renato Barilli, Maurizio Calvesi e Tommaso Trini dove propone una nuova grande installazione costituita da nastri metallici appoggiati su un pavimento di alluminio: anche in questo caso il pubblico è invitato a intervenire ed interagendo con essi ne modifica l’assetto, lasciandone tracce evidenti sul piano metallico.
Il gusto per la sperimentazione, quell’incessante volersi mettere sempre in gioco – seppur seguendo un intimo ‘filo logico’ che lo porta a scelte solo in apparenza contraddittorie, unitarie se le si esamina alla luce di una più intima coerenza – non abbandona Nanni, come documenta la sua partecipazione alla mostra Amore mio curata da Achille Bonito Oliva a Montepulciano nello stesso anno. L’invasione dello spazio ha assunto nuove dinamiche e si concretizza nell’uso straniante della mappa topografica, che perde i connotati di cui è portatrice nella quotidianità. Nelle mappe di Nanni, che anticipano lavori di suoi contemporanei, il gusto ludico permane, seppure ancora una volta intorbidito da sottili venature amare: la certezza si trasforma sempre in una ambiguità che crea insicurezze, la bellezza nasconde altro da sé. La serie delle Geografie dell’attenzione è in seguito presentata a Ferrara a Palazzo dei Diamanti nel 1973 e alla Rotonda della Besana a Milano nel 1979 (Testuale a cura di Luciano Caramel e Flavio Caroli).
Se la mappa tende a pervadere lo spazio anche tramite un acceso cromatismo (che amplifica quell’effetto accattivante che caratterizza i lavori di questi anni), una sorta di azzeramento del contenitore, di un bianco immacolato, lo trasforma nella pagina su cui si dispiega la secca grafia nera della serie successiva, Mitico computer. Ciò che ora si accampa prepotentemente allo sguardo del pubblico (ma non era forse intrinseco nelle opere precedenti, basti pensare alle sinuose catene di anelli testé citate?) è il segno, altro elemento proprio al ‘fare’ dell’artista, che ora si palesa quale traccia-emblema di un percorso mentale che ha sempre più il sopravvento (non a caso Nanni minimizza il contenitore-ambiente che lo accoglie). La serie è esposta in numerose occasioni: nel 1974 alla Galleria d’Arte Moderna di Alessandria e nel ’78 alla GAM di Bologna in occasione della mostra Metafisica del quotidiano nella sezione a cura di Marisa Vescovo intitolata Segno-Labirinto.
Ma siamo alle soglie di una nuova svolta. Alla fine degli anni ’70 i segni di Nanni assumono una valenza più morbida, diventano tracce che si dispiegano su un materiale ‘caldo’ per eccellenza, il legno, nelle Segmentazioni (‘78/’79) tavole lignee che continuano a porsi in dialettica con lo spazio; in alcuni casi il segno si dirama dal supporto cartaceo fino a inerpicarsi direttamente sulle pareti.
E lo spazio è ancora il contenitore delle successive Stratificazioni con cui Nanni è invitato con una sala personale alla Biennale dell’84. (poi presentate in occasione dell’antologica curata da Flavio Caroli alla GAM di Bologna nell’85). Ancora una volta ritroviamo nel lavoro dell’artista la conflittualità come forza motrice, nel contrasto tra una struttura geometricamente perfetta e seducente, nella pittura che la riveste – quasi un cielo primaverile – e un nucleo pulsante e magmatico dominato da rossi e neri da cui affiorano i possibili ‘resti’ di un mondo tecnologico esploso. Frattanto, nell’83, Nanni partecipa con opere informali e post-informali a L’Informale in Italia, mostra che si tiene alla GAM di Bologna, curata da Renato Barilli e Franco Solmi nella sezione “Storica” e da Roberto Daolio nella sezione “Sviluppo dell’Informale”
La pittura riaffiora con sempre maggior insistenza nel lavoro di Nanni e il gesto torna ad essere predominante. La ripresa della prima esperienza informale non è una riedizione del passato, ma una rimeditazione in cui il gesto pittorico, alleggerito dalla materia, aggalla su superfici inesistenti - poiché realizzate in plexiglas trasparente - e si riflette su fondi fatti di specchi. Lo spazio mantiene pertanto un ruolo preciso in queste opere e finisce con l’inglobare nell’evento artistico anche il fruitore, che ‘viaggia’ in immagine in questi ‘ambienti’ appesi alla parete. Numerose le esposizioni: Generazioni anni Venti di Giorgio Di Genova (Rieti 1981), Quadriennale d’Arte (Roma 1986), Rivivi la tua città a cura di Giorgio Bonomi (Perugina 1987), Aspetti dell’arte italiana dopo l’informale (Imola –Bologna- 1988) a cura di Claudio Spadoni. Seguono le antologiche curate da Claudio Cerritelli alla Pinacoteca Civica di Pieve di Cento (Bologna) nel 1991; da Walter Guadagnini alla Pinacoteca Civica di Modena (1994); da Silvia Pegoraro, Stanze. Il segno della materia nello spazio alla Loggetta Lombardesca (Ravenna 1997) e alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Bologna) nel 1997.
Nel 1997 è invitato alla Triennale di Bologna Linee della ricerca artistica, 1965-1995, curata da Roberto Pasini e partecipa alla mostra Universarte a cura di Vittoria Coen e Valerio Dehò, presso il complesso monumentale di San Giovanni in Monte (Bologna).
Nel 1998 è presente alla mostra Paesaggio del non luogo, curata da Nicola Miceli e allestita presso le Logge di Palazzo Pretorio (Volterra).
Nel 1999 prende parte alla mostra allestita presso l’Aula Magna Santa Lucia (Bologna) Sei pale d’altare a cura di Vittoria Coen.
Il 25 aprile 2000 riceve il Premio Internazionale G.Marconi per la pittura e realizza una scultura documentata in catalogo da Claudio Cerritelli. In maggio realizza una scultura di grandi dimensioni (7 metri) per la Fondazione Martani di Ca’ la Ghironda (Bologna): l’evento è documentato in un volume (Advento ed.) che raccoglie testimonianze fotografiche della realizzazione dell’opera, con testi critici di Claudio Cerritelli e Lorenza Miretti. Nell’inverno è invitato alla Triennale di Bologna Questione di segni. Pittura scultura architettura curata da Monica Miretti.
Nel 2003 partecipa ad Arte in Italia negli anni ’70. Arte ambiente (1974-1977) che si tiene ad Erice a cura di L.Caramel e a Signori si parte! Appunti di viaggio, memorie e ricordi, curata da V.Coen a Trento.
Nel 2004 è presente a L’incanto della pittura, percorsi dell’arte italiana del secondo dopoguerra a cura di C.Cerritelli, che ha luogo a Mantova (Casa del Mantegna).
Negli ultimi anni Nanni si è volto a una rimeditazione sullo spazio attraverso l’uso di un materiale già un tempo indagato, la mappa. Nasce così la serie I giochi della metamorfosi (presentata alla Galleria Maggiore di Bologna nel 2004, a cura di V.Coen) in cui l’elemento topografico appare sempre più un semplice pretesto.
La suggestione simbolica intrinseca al materiale si è infatti venuta attenuando: alla velocità di spostamento mentale che noi possiamo attuare di fronte alla rappresentazione del reale Nanni impone nuove traiettorie di senso attraverso inattesi indicatori semiotici, un caleidoscopio immaginifico che si sovrappone insistentemente ai segni della mappa e che, da un lato, accoglie echi della società contemporanea e, dall’altro, si alleggerisce formalmente abbandonandosi ad impeti cromatici e ai ghirigori volubili di un segno giocoso sempre più volutamente irriverente.
Nel 2004 ha ottenuto il II premio ex equo al XXXI Premio Sulmona.
Nel 2006 ha ottenuto il Premio Suzzara 2006 - Il futuro della tradizione.
Ha inoltre esposto a Vienna, Lubiana, Zagabria, Madrid, Kharcov, Barcellona, Parigi, Tokio, Londra, Tolosa, San Paolo del Brasile, New York.
(di Monica Miretti)

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